Accordo di Parigi / COP 21

L’Accordo di Parigi è un accordo sottoscritto dai leader di 179 paesi per la riduzione significativa delle emissioni dei gas a effetto serra, allo scopo di limitare l’innalzamento della temperatura globale ben al di sotto di 2 gradi Celsius (3,6°F), e idealmente al di sotto di 1,5 gradi Celsius (2,7°F), entro il 2100.

L’Accordo di Parigi sul Cambiamento Climatico viene anche chiamato 21ª Conferenza delle Parti della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP21). La conferenza di due settimane che ha condotto all’accordo si è tenuta a Parigi nel dicembre del 2015.

L’accordo sostituisce il Protocollo di Kyoto del 2005 e rappresenta un successo dopo il tentativo fallito di raggiungere un accordo a Copenaghen nel 2009.

Una delle svolte più significative di questo accordo è che sia gli Stati Uniti che la Cina lo hanno sottoscritto. Congiuntamente, questi due paesi sono responsabili di circa il 38% delle emissioni globali, con il 20,09% attribuibile alla Cina e il 17,89% attribuibile agli Stati Uniti. Tutti i firmatari hanno convenuto con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra a causa dell’innalzamento delle temperature e di altri rischi che minacciano il mondo intero. Un’altra componente significativa dell’accordo è che include paesi la cui economia si basa sui proventi della produzione di petrolio e gas.

Tutti i paesi aderenti al COP21 hanno accettato di ridurre le emissioni di una percentuale specifica, sulla base dei livelli di emissioni annuali. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno promesso di tagliare le emissioni fino al 28% rispetto ai livelli del 2005. Tali promesse sono chiamate “contributi determinati a livello nazionale” (INDC, intended nationally determined contributions). È stato deciso che a ogni paese partecipante sarebbe stato consentito determinare le proprie priorità e gli obiettivi in ragione delle circostanze differenti e delle diverse possibilità di intraprendere il cambiamento.

Affinché l’accordo entri pienamente in vigore, esso dovrà essere ratificato da almeno 55 paesi rappresentativi di almeno il 55% delle emissioni globali. Lavorare all’accordo e renderlo pienamente efficace con l’impegno a rispettare le promesse in termini di riduzione delle emissioni sono infatti due eventi separati. L’accordo prevedeva un periodo per manifestare l’impegno formale da aprile 2016 ad aprile 2017.

Dopo che il leader di un paese aveva deciso di sottoscrivere l’accordo, il suo governo doveva ottenere l’approvazione della maggioranza del proprio paese, o ratificare con una legge specifica l’accordo per partecipare ufficialmente. Gli Stati Uniti hanno adempiuto, attraverso un ordine esecutivo presidenziale sottoscritto da Barack Obama. Anche l’Unione europea e l’India l’hanno ratificato. La partecipazione di questi grandi paesi nonché della Cina era fondamentale per raggiungere il livello del 55%, poiché i primi 24 paesi che avevano ratificato l’accordo contribuivano solo per l’1% delle emissioni globali.

I gruppi ambientalisti, ancorché favorevoli, hanno ammonito che l’accordo non è sufficiente per prevenire la catastrofe del surriscaldamento globale in quanto gli impegni dei paesi alla riduzione delle emissioni di carbonio non basteranno a raggiungere gli obiettivi prefissati sui livelli di temperatura. Ulteriore critiche riguardano posizioni contrarie alle conclusioni scientifiche in materia di cambiamento climatico e la capacità dell’accordo di affrontare i danni legati al cambiamento climatico nei paesi più vulnerabili, come la maggior parte dei paesi africani, molti paesi dell’Asia meridionale, e diversi paesi dell’America Latina e centrale. Ciò che rende questi paesi particolarmente vulnerabili, secondo il Notre Dame Global Adaptation Index, è la mancanza di una preparazione economica, governativa e sociale oltre alla carenza di cibo, acqua, salute, ecosistema, habitat umano e infrastrutture. Mentre alcune parti dell’accordo sono legalmente vincolanti, non è previsto un meccanismo globale avente valenza giuridica per obbligare i paesi inadempienti nel raggiungimento degli obiettivi determinati a livello nazionale per la riduzione delle emissioni.

I firmatari sono incoraggiati a sviluppare fonti di energia rinnovabile e a costruire infrastrutture come barriere marine per proteggersi dagli effetti del riscaldamento globale. Ogni cinque anni, le società devono rendicontare i propri progressi e i propri obiettivi futuri in materia di riduzione delle emissioni di gas serra. L’Accordo di Parigi chiede inoltre ai paesi avanzati di inviare 100 miliardi di dollari all’anno ai paesi in via di sviluppo a partire dal 2020, anno in cui l’accordo diverrà efficace, con incrementi nel corso del tempo.